L’elenco dei «divieti» sociali che si è trovato ad affrontare, per la scelta di abbracciare una missione nel nome di Giulia, lascia l’amaro in bocca. «Ti sembra di non poterti più permettere di sorridere. Di non poterti più permettere di sognare. Di non poterti più permettere la felicità. Ti sembra di dover vivere in un lutto perenne», perché il giudizio è sempre in agguato. «Non puoi andare a fare la spesa senza sentirti addosso uno sguardo indiscreto. Non puoi prendere posizione su nulla senza essere frainteso. Non puoi cambiare macchina, cambiare casa. Non puoi lavorare come prima. Non puoi comprare un fiore senza vedere una faccia stranita: “Non è un fiore da cimitero”. Non puoi scherzare. Non puoi andare al ristorante. Non puoi tenere la mano di una nuova compagna. Non puoi ballare senza sentire un giudizio critico».
Una prigione, appunto. Quella costruita con le mura degli stereotipi, «gli stessi stereotipi che, quando diventano dominio, alimentano la violenza». Ma di fronte alla morte, Gino Cecchettin ha scelto la gioia, le risate con i figli Elena e Davide, l’andare avanti con il sorriso, come Giulia avrebbe voluto. «Io sono vivo. Io amo la vita. La riflessione e il silenzio mi hanno aiutato».