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Cisgiordania come Gaza

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«Cisgordania come Gaza»: il piano di Israele e il grido disperato del re di Giordania

editorialistaGianluca Mercuri

Israele sta pianificando un’operazione speciale in Cisgiordania? L’eufemismo putiniano suona davvero riduttivo, alla luce delle ultime dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz, che sembrano preparare il Paese a una nuova guerra, nel terzo anniversario del 7 ottobre e a meno di tre settimane dalle elezioni.

Ieri Katz ha annunciato di aver ordinato alle forze armate (Idf, Israel Defense Forces nell’acronimo inglese dell’ebraico Tsahal) di tenersi pronte a uno scenario di guerra con l’Autorità nazionale palestinese (Anp) in Cisgiordania. Il ministro ne ha parlato ai colleghi durante la riunione settimanale del governo. Lo «scenario di riferimento» per l’Idf in Cisgiordania, ha spiegato, «prevede che ci si prepari alla possibilità di un attacco da parte di elementi jihadisti contro coloni e militari» israeliani, «facendo tesoro della lezione del 7 ottobre». A questo scenario di riferimento Katz ha aggiunto dettagli ulteriori: contempla la possibilità che «le forze di sicurezza dell’Anp e l’organizzazione Tanzim a essa affiliata rivolgano le armi contro coloni e militari dell’Idf». Segue l’indicazione più allarmante: «In tal caso, verrebbe dichiarata guerra all’Autorità nazionale palestinese e l’Idf lancerebbe un’offensiva su vasta scala secondo un piano dettagliato, elaborato e approvato dal premier (Benjamin) Netanyahu e da me», afferma il ministro. Ma non basta ancora. Katz non ha nascosto neanche un po’ le conseguenze strategiche del piano: «Non permetteremo un’intifada che duri anni come in passato, ma si tratterà di una campagna breve e incisiva, con l’impiego di forze di terra e aeree, l’eliminazione e l’esilio di alti funzionari, l’evacuazione su larga scala dei residenti e la distruzione delle infrastrutture terroristiche, secondo il modello di Gaza e del Libano».

Nel caso restino dubbi sull’esegesi di queste parole, conviene rivolgersi al massimo esperto militare israeliano. Amos Harel scrive da tempo che la strategia dell’ultradestra al governo in Israele è provocare una reazione palestinese alle violenze dei coloni, per fare in Cisgiordania quello che è stato fatto a Gaza. Ora c’è la firma nero su bianco del ministro della Difesa. Il piano era stato anticipato da Netanyahu in persona in agosto, durante una visita al quartier generale dell’esercito in Cisgiordania. Ma, scrive Harel, già allora «la risposta dell’Idf era stata la stessa di oggi: un “ribaltamento della situazione” non sembra realistico in questo momento. La leadership dell’Autorità Palestinese è restia a fornire al governo israeliano un pretesto per ricorrere a una forza sproporzionata contro i palestinesi in Cisgiordania, e solo un evento estremamente drammatico potrebbe innescare una simile catena di eventi».

Quindi, è presumibile che siano i terroristi messianici che stanno guidando le violenze dei coloni a procedere a un’escalation che induca a un fallo di reazione da parte palestinese, qualcosa che dia al governo la possibilità di fare tabula rasa delle remore dei militari – che intanto coprono comunque i coloni – e obbligarli a procedere con il piano.

Harel spiega che potrebbe essere anche un’escalation sugli altri fronti, dall’Iran al Libano, a provocare una reazione a catena in Cisgiordania. Ma anche che potrebbe essere Israele stesso ad accelerare gli eventi: «Oltre alla possibilità di una dura risposta israeliana a una provocazione iraniana o palestinese, non va esclusa l’ipotesi che sia proprio Israele a dare il via alla prossima escalation». Un calcolo preciso, insomma, strettamente legato al voto del 27 ottobre, dall’esito incertissimo dopo che per mesi la fine dell’era Netanyahu era sembrata scontata. Infatti, «un simile scenario potrebbe costituire un attacco preventivo in risposta a una minaccia incombente alla sicurezza, ma potrebbe anche essere dettato da considerazioni politiche del governo di Netanyahu, profondamente preoccupato. Temendo l’esito delle elezioni, potrebbe comunque giungere alla conclusione che rendere l’emergenza di sicurezza il tema dominante del dibattito pubblico giocherebbe benissimo a suo favore».

Già in luglio, Amira Hass – la massima esperta dell’occupazione israeliana nei territori palestinesi – aveva scritto che «le provocazioni calcolate dei coloni, anche in vista di una nuova stagione elettorale, mirano a risultati che vanno ben oltre le urne. Ogni escursione pianificata tra i villaggi e ogni avamposto di pastori che si insedia sui pascoli palestinesi spinge Israele verso la realizzazione del cosiddetto “Piano Decisivo” del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Questo piano mira a provocare la resa dei palestinesi, la loro “emigrazione” di massa, ulteriori uccisioni e l’erosione di ogni coesione sociale».

In due parole: pulizia etnica. Palestinesi concentrati in porzioni di territorio sempre più ridotte, in condizioni di vita sempre più insostenibili. Cisgiordania come Gaza, secondo i dettami di Katz e degli altri esponenti dell’ultradestra che popolano il governo. Ma quanto siano loro a condizionare Netanyahu, e quanto sia il primo ministro a usarli per spingersi sempre più in là nella progressiva cacciata dei palestinesi dalle loro terre, è ormai irrilevante. Il governo di Israele, come Hamas, vuole tutta la terra dal fiume al mare. Hamas non ha nessuna possibilità di riuscire nell’intento, il governo di Israele lo sta realizzando, a Gaza e in Cisgiordania.

In questa newsletter non ci si è mai stancati di credere nella soluzione dei due Stati, quella sbeffeggiata dai commentatori bravi, fiancheggiatori consci o ignari dell’ultradestra israeliana. Crederci resta doveroso perché l’alternativa sarebbe – sarà – una colossale ingiustizia: Israele senza Palestina, inaccettabile esattamente come sarebbe inaccettabile (e non accettata) una Palestina senza Israele, una Palestina che cacci gli israeliani, che li privi della parte di quella terra troppo benedetta che spetta anche a loro. Una parte ciascuno, non tutta la terra per una parte sola. Ma per capire a che punto siamo arrivati, è utile citare un sovrano arabo moderato, un alleato fondamentale dell’Europa e dell’America, il leader di uno Stato che riconosce Israele da decenni. Ha detto re Abdullah di Giordania nel suo recente discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite:

«Se vogliamo risolvere il conflitto israelo-palestinese, il mondo deve abbandonare alcune illusioni. La prima è che Gaza e la Cisgiordania siano due realtà distinte. Non lo sono. Sono due fronti della stessa strategia israeliana. In entrambi i casi, i palestinesi vengono uccisi. In entrambi i casi, la realtà sul campo viene rimodellata. A Gaza attraverso la distruzione. La Cisgiordania attraverso l’annessione di fatto. Un’altra illusione è che il rifiuto da parte dell’attuale leadership israeliana di riconoscere lo Stato palestinese sia una posizione che potrebbe ancora cambiare. Non è così. Si sta consolidando sul campo».

Ma il sovrano ha avvertito che le mire di questo governo, di questa destra messianica che si ritiene incaricata da Dio, sono più ampie di quanto si pensi:

«Nessuno in questa Assemblea dovrebbe pensare che le ambizioni del governo israeliano si fermino alla Palestina. La sete espansionistica di questo governo israeliano rappresenta ormai una minaccia regionale. E oggi la Siria è l’avvertimento che la comunità internazionale sta scegliendo di ignorare».
Si può fare qualcosa? Non si può fare niente? La risposta è quella che i fiancheggiatori della destra messianica israeliana ignorano o demonizzano:

«La domanda ora è: agiremo? Perché l’inerzia politica mondiale non è dovuta alla mancanza di opzioni. Quindi, chiamiamola con il suo nome: una scelta. Abbiamo gli strumenti: sanzioni, congelamento dei beni, embarghi, isolamento diplomatico. E abbiamo già dimostrato di saperli usare altrove. Eppure, nel caso di Israele, le risoluzioni finiscono dove iniziano: sulla carta. Il risultato è uno Stato senza freni».

Eccolo il doppio standard: gli strumenti che per fortuna, giustamente, usiamo per frenare la Russia in Ucraina, non li usiamo per fermare Israele in Palestina. Questo è il doppio standard, non la gente che manifesta per la Palestina e non per l’Ucraina. La gente manifesta per la Palestina e non per l’Ucraina per protestare contro i propri governi e le proprie élite mediatiche, che giustamente difendono gli ucraini, e ingiustamente fanno cacciare i palestinesi.